Patapart per Mario - 5 Clinamen 150 E.P.

La Bianca
La Volta

arcani minori

1) Saggia scurrilità


Affanculo il politically correct!

Jarry inizia la sua grande commedia con la merda e io dovrei fare l’elegante? Ricordate le vostre madri e pensate a quanto abbiano goduto nella loro vita, che c’è vi disturba? Dovreste augurarvi di essere nati non per virtù di un’eiaculazione precoce ma sotto i buoni auspici di un piccolo sole intenso. 

L’immateriale, l’etereo, il sogno, buttateli nel cesso e fate tabula rasa tirando giù la tavoletta. Mi raccomando non scaricate, ne la colpa ne il fumante mausoleo delle vostre deiezioni, fate in modo che gli effluvi di acido solfidrico si possano insinuare nelle pieghe o nelle piaghe della vostra mente corrodendo i buoni propositi fabbricati su misura dagli altri. Vi accorgerete che è tanto simile a quel fastidio insopportabile che emana la vostra presenza e che poco si discosta dalle orme ancora fresche. Vorreste essere diversi vero? V’incazzate che manca proprio quel qualcosa d’inconfessabile a montare dentro un senso di frustrante caducità e nonostante vi siate allegeriti del superfluo tocca anche spalare per tutta la giornata una montagna di fesserie che altri come voi producono in risposta alla personale infelicità. Ricordatevi che le fogne sono più democratiche della società in cui siete costretti a intrattenervi, il trono del Re non è collegato ad un circuito diverso, ciò che viene rifiutato è sottoposto al medesimo trattamento senza alcuna premura speciale. Potete verificare con estrema facilità che se vi convertite a vivere una vita da barboni avrete la certezza che non ci sarà per voi alcuna disparità d’indifferenza. Alla retrospettiva di Mario c’era proprio questo trono, usato impropriamente da dissuasore ad un vano di sbarazzo. È stato un cazzotto nello stomaco, un emblema dell’assenza, quell’insopportabile vuoto che ti preclude l’irraggiungibile e ti fa bestemmiare. L’ho guardato con una tale rabbia al punto che se mi ci fossi seduto per cagare, avrei esternato, con un tributo stilisticamente inappuntabile, il mio stato d’animo nei confronti della vita. Sono incazzato per come siano andate le cose, per come il susseguirsi degli eventi abbiano creato un solco prima ancora che la morte fosse passata con la sua semina. Sono incazzato con Dario Giugliano che mi ha involontariamente dipinto nel catalogo di Mario come uno scellerato usurpatore di un nome a titolo personale e gli deve venire un simpatico colpo correggendo le bozze.

Trovandomi nel tema del mal di pancia, cito anche una scrittrice che mi sta sul cazzo abbondantemente perché rifugge con monumentalità sempre da ogni dubbio. “Le parolacce sono un privilegio di pochi e non significano volgarità.” Ci sta bene come un cavolo a merenda cucinato da un trestelle di spalle che ripete erroneamente un, due, tre, Stella! L’essere sboccati sarà un atteggiamento prettamente maschile?

La carta è l’esortazione a ricordare con grande partecipazione un momento indelebile in cui vi sareste fatti baciare il culo.

1

2) Orrore del vaniloquio


Un tappo di cerume, un cewingum nella serratura, un’otite perforante, musica a palla, qualsiasi cosa per non dover ascoltare cose inutili che non servono a nulla, che non cambiano l’ordine delle idee.

Ho bisogno di un flusso di vita, non di questa folata di favole.” 

Il mausoleo della retorica, la pesantezza che si manifesta a cominciare dal preambolo erano abominevoli orrori che si sporgevano sull’uscio. L’ambulacro che avrebbe permesso alle oscure e contorte teorie sulle semplicità altrui di accedere era sbarrato, bisognava urlare forte per farsi sentire da te e non era questione di volume, solo i muscoli e la forza dell’intelligenza avevano ragione della serratura. Bisognava fare una piccola rivoluzione e colpire col pugno della logica per guadagnarsi il rispetto e fare breccia. Perché sporcare il lampo dell’intuizione nel rumore di fondo? È meglio astenersi, chiudere i boccaporti e immergersi nel silenzio, nel rifiuto dell’ascolto.

Non c’è peggior sordo di chi vuole evitare la noia.

3) Lo “Sta bene”

 

Era un’intercalare tipica di Mario. In ogni discorso la ripeteva per marcare la chiusura nell’esposizione di un argomento e concedeva la possibilità di una replica immediata in caso di una sua formulazione interrogativa, sempre alzando il sopracciglio e approntando per l’occasione un’aria vagamente schifata. In sintesi: “accetto repliche ma sono prevenuto”. Poteva usarla anche come semplice affermazione trasformandola in un intervallo sospensivo di riposo prima di volgere al nuovo capitolo. In questo caso aveva la funzione principale di stacco minimo utile a misurare la temperatura disposizionale dell’ascoltatore, aprendo una parentesi interpretativa sulle sue prime reazioni.
Un tastapolso verbale più o meno efficace o un di più a seconda della personale propensione umorale alla dialettica. La carta richiama alla cautela o ad una condizione di dubbio rispetto alle proprie convinzioni.

4) O biondo

 

La spontaneità nel prendersi cura delle persone in difficoltà, che vessavano particolari condizioni di disagio o semplici carenze affettive. Era carezzevole con chi non aveva avuto neanche il minimo su cui costruire e regalava profondità al pensiero, regalando, a chiunque investisse delle sue attenzioni o dell’impegno, uno stato consolatorio di accoglienza. Dava a chi meritava di ricevere, specialmente a chi non aveva mai avuto l’essenziale, orfano della giusta attenzione. Una naturale disposizione ad essere paterno verso chi ne aveva più bisogno. Allo stesso tempo una forma di riscatto dal personale egoismo incentrato sul quieto vivere corroborato dal balsamo delle abitudini. La carta richiama alle proprie manifestazioni di altruismo e alla capacità, ove mai si sia verificata, di concedersi senza riserve ad una giusta causa.

5) Nazionali senza filtro

Se le volute di fumo fossero le onde di un mare in tempesta l’olandese volante non avrebbe mai potuto avvicinare una donna pronta a corrispondere l’amore necessario, ne avrebbe potuto toccare il porto sicuro della pace eterna. Le spire di un incantesimo costruito per esorcizzare il tempo, dal giallo Napoli al giallo nicotina in un gradiente di sfumature che nascono dal rosso fuoco.
Il fumatore ardentemente accende la sigaretta; la sigaretta ardendo spegne il fumatore.” Ma a chi importa vivere un minuto in più? Avere a disposizione tre respiri oltre i previsti se questo ci riduce ad esalare una bestemmia che potremmo evitare?
È meglio ricercare un conforto nel seguire la propria strada, alle volte è un tragitto impervio per chi pretende il meglio e raramente una discesa. L’oceano è sconfinato, è più saggio chiudere il proprio vascello in un barattolo di vetro e affidarlo alla corrente. Nessuno dovrà rimanere stranito se la nave non è entrata in orizzontale come si conviene. Forse è questo il vero messaggio. La carta rimarca un momento di abbandono, di solitaria concessione qualunque essa sia, quel qualcosa che abbia reso meno pesante la vita.

6) I Panzarotti di Tina

 

Ragionare con la pancia può essere un vantaggio se prima di pronunciarsi gli si dà in pasto quella meravigliosa pietanza che più di ogni altro conforto possa scaldare l’animo. Il denaro va e viene ma il mestiere rimane, che sia quello del pittore o della cuoca e i fornelli sono strumenti non meno efficaci dei pennelli. Meno male, per quanto ne sappia, che a Tina non è mai venuto in mente di scrivere recensioni altrimenti non si sarebbe potuta sottrarre dall’uccidere l’angelo del focolare. Ma chi può dire di averlə vistə a casa sua? Se non ci ha lasciato le penne ed è servitə per un gustoso brodo probabilmente sarà chiusə in cucina ad ammassare la pasta per la pizza rustica.

Sebbene non sappiamo di attività letterarie non sbandierate, viviamo sulla certezza che non avrebbero senso confessioni del tipo “mi voltai e l’afferai per la gola. Feci del mio meglio per ucciderla.” È il caso di una donna troppo intelligente e sensibile per mandare sprecate delle valide risorse umane. Se non si sprecano gli ingredienti a prescindere da quanto siano sovrannaturali o sostanziosi, figurarsi un’opportunità di collaborazione. Anche i panzarotti hanno il loro ventre e mentre ci apprestiamo a mangiarli possiamo intuire il trasudare del loro ragionamento, un arabesco che permane ad affrescare il palato. Non siamo vincolati alle apparenze, eppure la tranquillità che registriamo nella pratica delle parole crociate ci persuade lo stesso all’idea di avere a che fare con un nefando assassino. La concretezza uccide lo sperpero di tempo, ci vuole quello giusto per tutto, senza concessioni alla pedanteria. Un equilibrio di cui ho sempre fatto tesoro e forse molto più di quello compositivo. Ora che mi ritrovo celiaco non ho alcuna intenzione di astenermi e mi presento con il pacco di farina ed il pan grattato appropriati. Non rinuncio alla magia di pensare lucidamente con una pancia tanto appagata. La carta indica l’importanza degli aspetti più basilari e la cura nel riuscire a saziarli qualunque essi siano.

 

7) Il ladrocinio disinvolto. 


“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”

Nulla è di nostra proprietà, è tutto in prestito, finanche i pensieri. Non esiste una condizione di originalità assoluta, un’idea primigenia dalla quale discendono tutti gli sviluppi possibili. Ci s’innesta, più o meno consapevolmente, a frammenti già elaborati a distanza in altri sentieri logici, nulla è stato inventato in un sottovuoto esente da contaminazioni o dal riverbero di altri punti di vista. Se non si può sfuggire a questa condizione umana di essere parte infinitesimale di un insieme denso e articolato, sentirsi recettori e allo stesso tempo emettitori di segnali della stessa cultura, perché non attingere a piene mani a risorse esterne beneficiandone a proprio uso e consumo come elementi ibridi capaci di risolvere le proprie equazioni? Non ha senso essere renitenti, anzi, ci si deve sentire autorizzati da quel risultato positivo che tali elementi consentono, assorbiti in un ordine logico completamente diverso o parallelo. La carta esorta a dichiarare apertamente l’appropriazione indebita di un qualsiasi oggetto ideologico esterno, assimilato a livello di semplice ispirazione o di sfacciato utilizzo integrale.

8) La testa è rotonda

 

“La nostra testa è rotonda per permettere ai pensieri di cambiare direzione” sosteneva Francis Picabia e questa era una spiegazione molto amata da Mario perché aveva anche un retrogusto antropologico.

In fondo siamo così per un motivo e ben venga la possibilità d’imprimere direzione e verso contrario ad ogni affermazione tanto da trovare una nuova ragione di esistere, una fede tutta nuova o semplicemente l’alibi smarcante per sottrarsi alle etichette.

Se consideriamo i pensieri come globuli rotanti inanellati tra loro come molecole e consideriamo il loro angolo d’incidenza su una superficie concava, nonché l’accelerazione iniziale, possiamo prevedere la traiettoria come se stessimo in trattoria a illazionare sull’arrivo del cameriere. A quel punto abbiamo tutti gli elementi per poter tracciare delle mappe accurate e considerato il tipo di superficie nulla ci distoglie dal credere che si possa immaginare come un mappamondo che ruota sul suo asse giusto per ridurre il numero delle variabili del moto interiore. La nostra testa è un erma instabile pronto a imprimere una rotazione furibonda come il canestro che imprigiona i bussolotti dei numeri al lotto. “Ci vuole un sacco di coraggio per mostrare i tuoi sogni a qualcun altro.” direbbe a mezzo busto il nostro monumento d’espressione. Per questo è meglio affidarsi completamente al caso e nascondere quello che rimane nel cestello della lavatrice così da levigare bene ogni asperità e fare meno danni.

Dallo sportellino della bocca si possono estrarre agevolmente tutte le sillabe che con la loro combinazione sono pronte a vincere la comprensione o a fallire nell’oscuro ermetismo. 

La possibilità di un cambio d’idea repentino ma anche l’instabilità delle proprie certezze è l’argomento centrale della carta.

 

9) Il beneficio del turbamento

 

Volendo agire con spregiudicatezza si potrebbero cavare gli occhi alla definizione “Fotografare è… porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Manteniamo cervello e cuore ma spostiamoci su un altro asse, le ordinate della percezione e non più le asscisse della mira. Cervello, cuore e poi, al posto degli occhi, a sorpresa, entrambi i sessi, nella metafora di un rubinetto e di un’ellissi di passaggio che apre al mondo la bolla corporea che racchiude e protegge. Cosa significa questa sostituzione e questo ribaltamento?

Penso ai grandi reporter che si sono trovati di fronte alle più acute e sconvolgenti manifestazioni della vita, in certi casi bisogna essere quasi disumani per riuscire a scattare. Rimanere distaccati è impossibile ma è anche vero che “Lo shock è un anestetico naturale.”

L’opposto del distacco è l’implicazione emotiva, l’attaccamento alla vita che si può ridurre banalmente con termini materiali a meccanicismi ormonali, un marasma chimico. È il turbamento, la scossa nelle viscere, il rovesciamento nella cassa toracica, che ci fa imprimere l’immagine passando per il cuore fino al cervello. Quella che tocca l’animale tra la punta del cazzo e la vetta del clitoride, tra la bocca dello stomaco e l’anello dell’ano. Non bisogna scappare, voltarsi dall’altra parte, bisogna imparare a sostenere l’insostenibile, accogliere lo schiaffo senza porgere l’altra guancia. La carta richiama alla possibilità di trarre beneficio dal turbamento e quindi un richiamo alle cause che abbiano dererminato la particolare condizione.

10) No (schierarsi)

 

Prendere posizione diventa la propria firma, un sigillo che nel caso di un Satrapo può pareggiare consuetudini simboliche di Re o di Pontefici. Il “NO” è il più laconico dei rifiuti, la non accettazione categorica che non presta il fianco a fraintendimenti.

Conseguentemente ogni successiva emanazione diventa sub anulo piscatoris, il proprio punto di vista acquista il valore di oggetto prezioso e in questa condensazione materiale le due lettere si sovrappongono.

Ora non sappiamo se l’anello l’avrebbe portato più al medio che all’anulare, ma poco conta perché rappresenta la propria fede con un vago rimando a quella calcistica. C’è da crederci fino in fondo alla negazione o è l’anticamera di una remota possibilità?

“A volte dire no è molto utile, in quanto apre un intervallo, uno spazio in cui possono verificarsi altri eventi. Da questo punto di vista non è tanto una restrizione, quanto un’occasione per il dispiegarsi della creatività.”

Ebbene, amici, devoti e nostalgici del maestro, come ben sapete non c’è scampo, il No è No e lo sarebbe stato anche col risultato più positivo e simpatico di dire Sì all’opzione contraria. Uno spontaneo e rude contrapporsi senza ambiguità era la dotazione ordinaria di un uomo votato al tafferuglio verbale in appoggio a nobili cause. La carta chiama in causa il proprio secco rifiuto e lo schierarsi a torto o a ragione verso questioni che ci sono state particolarmente a cuore.

 

11) Evitare Rogne


Non bisogna farsi fregare, è importante stare attenti alle trappole, stanno lì anche se non le vediamo, pronte a scattare. Sono lungo il nostro percorso di pollicino, quello che seguiamo come se fosse la mappa dei pirati, una risorsa essenziale per scansare i pericoli e sopravvivere ai rischi. Qual è l’esca che è stata lasciata con bieco cinismo sotto i nostri occhi? L’opportunità di esprimerci, di far valere da protagonisti le proprie idee. E si signori miei, nulla di più incauto. Esporsi se chiamati in causa è un conto, ma esibire il proprio parere non richiesto attirati dalla tentazione di un’indeterminazione eclatante, bisognosa della giusta inquadratura, può essere letale. Questo è un mondo di opinionisti dal gomito acuminato pronti a tutto pur di ritagliarsi i cinque minuti di notorietà. È una piazza adibita a mercato dove la competenza e l’autorevolezza non contano, l’attenzione è catturata da chi strilla e poco importa se è un linguaggio incomprensibile. 

“È meglio morire combattendo contro l’ingiustizia che morire come un cane o come un topo in trappola.”

Quindi per fare qualcosa di nobile ed eroico occorre essere liberi e non perdersi nel labirinto, cedere al prurito di difendere il proprio punto di vista narcisisticamente contro chiunque. La nostra visione del mondo ci deve accompagnare nelle valorose imprese e non rinchiuderci in una gabbia di prolisse spiegazioni. La carta indica il pericolo dello stallo, ovvero il rischio di rimanere invischiati nelle sabbie mobili della propria convinzione che è meglio non disperdere in entropia. Il fervore va risparmiato e impiegato quando si ha la certezza di una sua incisività. La carta è un richiamo all’attenzione e all’allerta per un subdolo pericolo.

12) Il visivo è l’arte del silenzio

 

È inutile perdersi in chiacchiere, la parola non fa l’immagine,
contribuisce in qualche modo nel prima e nel dopo, come suggerimento
e critica, ma nel presente, quello della linea che si evolve in
traccia, nel limite da sommergere di colore non c’è spazio per
spiegazioni. Non c’è un bugiardino che indichi le dosi e la
somministrazione scandita nel tempo dell’intuizione. “Molte
delle cose più potenti nella vita non sono tangibili. Tutto quello
che ti serve è chiudere gli occhi per vedere.” allo stesso modo
si può dire che il racconto più intrigante e coinvolgente non è
intessuto dalle parole.


Labbra
appena dischiuse parlano di voluttà più della provocazione che
potrebbero liberare a parole, come il bacio che arriva a diradare una
precisazione inutile e allentare le tensioni dell’incomprensione. Ma
un visivo che parla e suona e si completa sinesteticamente con tutte
le istanze sensoriali possibili è più appetibile e più
accattivante spingendo al coinvolgimento e allo sconvolgimento
emotivo. Il visivo silente deve competere in intensità con un’intera
orchestra, deve avere una potenza in termini di poesia e in capacità
di comunicazione emotiva ad un livello altissimo. Deve possedere un
equilibrio intrinseco impeccabile e tendere all’essenziale tanto da
trasformare il vantaggio della leggerezza in un punto di forza
insuperabile. In uno scenario sempre più tendente alla bulimia e al
barocco, l’essenziale è un valore molto appagante, una sorta di
estasi sensoriale al contrario, la pulizia contro l’eccesso e la
ridondanza. La carta indica la via di sottrarre e di perseguire il
minimale ad ogni livello.

13) Rette parallele a distanza. 

A dire il vero non ricordo chi dei due si fosse riempito di gloria. Mi raccontò, ed è capitato solo poche volte, di quando era all’università perché anche lui aveva cominciato architettura. In quelle aule aveva incontrato Luca (Castellano n.d.r) e l’aneddoto riportato fatico a riferirlo ad uno dei due, anche perché non era importante il protagonista, quanto l’insegnamento che ne scaturiva.

Un docente di allora, non diverso dai boriosi soggetti che ancora si sopportano adesso, sfogò il suo malumore su uno dei due con il piglio aggressivo dell’autorità e dell’arroganza in una reazione spropositata al chiacchiericcio che precedeva la lezione.

Lo studente che aveva calamitato su di sé le invettive rispose a tono senza alcun timore di rappresaglie e con fare provocatorio sbottò: “ma lei lo sa che sono in grado di tracciare due rette parallele anche a venti metri di distanza?”

Non mi soffermo sulle conseguenze dell’offesa che una provocazione tanto surreale quanto sfacciata suscitò, ma sulla lucida disamina dell’inutilità di quella bravata a distanza di tanti anni addietro. Mario mi fece capire quanto fosse importante comprendere con attenzione chi ti ritrovi avanti per farti scivolare addosso la cretinaggine quando si presenta. Ascoltare e valutare il da farsi evitando disavventure sterili è più saggio che dare la stura al proprio ego e colare a picco prestando il fianco a chi è in cerca di una vittima. Diventare un’esistenza parallela all’altra senza punti di scontro può essere la cosa più conveniente. La carta richiama ad esperienze personali di avventatezza o di assoluta inutilità di un proprio gesto impulsivo, una reazione scomposta che possa aver causato più danno che vantaggio.

 

14) l’artista non è un particolare tipo d’uomo,

ogni uomo è un particolare tipo di artista

(massima balinese)


“La sensibilità non è donna, la sensibilità è umana. Quando la trovi in un uomo diventa poesia.” E allora per una volta non è la donna ad aprire il suo corpo alla creazione, ma un uomo insofferente. Un tratto di strada condotto assieme, la libertà, la disciplina, un buon bivio da seguire e un modo schietto di rinnegare tutto. Ho avuto l’agio di meravigliarmi della follia, non quella dell’elogio, semmai del guizzo sovversivo alle regole e ai modelli. Ascolta quello che ti dico, tienilo a mente, ma fai tutt’altro se pensi che sia giusto e ti possa portare lontano. Questo è quello che ho imparato. Non ho avuto a che fare con una persona disposta ad accettare la statura prefabbricata dell’artista illuminato dai riflettori. Preferiva chi scopriva di avere maestria in una qualsiasi pratica spicciola e si applicava con coerenza nella ricerca del miglioramento e della conoscenza. 

La particolarità è più gratificante se è riferita all’arte e non all’individuo.

L’umiltà di riconoscersi artisti è in opposizione diametrale a chi si sente artista faticando a riconoscersi uomo.

“La cosa che è veramente difficile, e anche davvero incredibile, è rinunciare ad essere perfetti ed iniziare il lavoro di diventare se stessi.”

La carta evoca la propria natura di costruttori, quella che non risponde ai canoni classici di un ruolo o di una categoria creativa prestabilita ma che va estrapolata e articolata in base al piacere che la propria attitudine o il modo di essere può infondere.

Arcani Maggiori

A) O si vive o si muore

 

Se il notaio Angelo Tirone non avesse avuto un motto tanto emblematico che amava ripetere alle persone care probabilmente per questo arcano si sarebbe spolverato un qualsiasi altro passo che avrebbe in sintesi trasferito il concetto. Non c’è via d’uscita, o ci s’impegna al massimo nel vivere pienamente la propria vita o si è destinati allo spegnimento a prescindere dalla propria morte fisica. Una dualità che si manifesta in tutte le espressioni dell’esistenza, nel reale margine di presenza o di assenza. Non si può far altro che notare quanto questo possa aver inciso nelle vicende personali e registrarne gli effetti nelle opere e nei pensieri. Azione o inedia in un profondo principio d’indeterminazione. L’arcano introduce una variabile squisitamente personale dove, a seconda delle carte secondarie che la sorte abbina, si può decidere una validazione enfatica o la drastica soppressione degli elementi accostati. La carta è assimilabile alla figura di un jolly dove i pesi possono essere inversi a seconda del proprio vissuto e di come ci si ponga nei confronti di determinati argomenti evocati.

B) Io.

 

Se il genio sulfureo di Luigi Pirandello non avesse avuto la necessità di
relazionarsi agli altri, cosa che gli costava un certa ritrosia per
disposizione d’animo, certamente non avrebbe praticato l’espediente
di adattarsi all’interlocutore modellando il suo ego. Trasformarsi in
quello che gli altri pensano che tu sia non allontana
dall’interrogativo di cosa si è per sé stessi, gli altri possono
essersi fatti un’idea ma non è detto che questa sia meno
realistica di quella costruita dallo stesso soggetto in prima
persona. L’arcano permette di entrare in una condizione privilegiata
d’intimità, in un mondo interiore fumoso, ricco di ombre e di anditi
inesplorati, dove vive quella cosa che non ha nome, come direbbe
Saramago. Chi siamo se non un’immagine distorta e imprecisa
sottomessa alla legge della specularità? Nonostante tanta incertezza
sull’effettiva consistenza della propria singolarità siamo chiamati
a riferire a noi stessi gli accostamenti introdotti dalle altre due
carte traslandone il senso alla nostra emotività, ponderando
l’esperienza acquisita in merito e ogni probabile futura reazione.

C) L’altro.

 

Se non avesse dato un puntuale taglio filosofico alla narrazione, Stanislaw Lem, avrebbe rappresentato un’alieno, l’entità distante dalla nostra unicità ed esterna all’io, come una caricatura invertebrata o spettrale. Invece è viva, possiede lo spessore che solo noi esseri umani potremmo dargli rapportandoci verso l’oltre attraverso il filtro della coscienza. L’altro prende forma nella nostra mente prima ancora di manifestarsi oggettivamente nella sua sostanza. È disegnato dalle paure, dalle speranze, da tutto quello che sentiamo come un intimo bisogno. In realtà si discosta così tanto dalla sua personale e presuntuosa trasfigurazione che cadiamo nel terrore della scoperta più di quanto non siamo riusciti a preventivare. Lo sconosciuto è una proiezione di una nostra acuta miopia e la carta induce ad affrontare le due tematiche in accostamento con un approccio del tutto impensabile per noi stessi, qualcosa al di fuori del nostro stile comportamentale e di pensiero. Tutto quello che non faremmo mai, sbloccando i freni ad uno strato più inconscio.

D) l’amore

 

Se non avesse mai sostenuto che il punto d’incontro tra verità ed errore fosse il dubbio, Carl Gustav Jung forse avrebbe cercato una coppia diversa e noi avremmo immaginato un domicilio alternativo all’amore. Non ne sappiamo molto, la materia è ostica e sfugge ad ogni possibile ricetta preconfezionata, ma a quanto pare non fa bene all’amore fare affidamento su delle certezze. Stare tranquilli e avere al proprio fianco una persona votata all’adorazione assoluta, non aiuta ad accrescere i propri sentimenti, mettersi in gioco ed evolversi. Avere la terra sotto i piedi radica un albero impassibile alle stagioni, un albero carico di frutti maturi ma fermo nel suo angolo di mondo. Non si può dire che cosa sia giusto o sbagliato, né quanto coinvolgimento ci sia stato in ognuno, so solo, per quanto riguarda me che non ho preferito replicare l’esempio.

Dire la verità a se stessi e all’altro e non aver paura di sbagliare, vivere nel dubbio, significa anche non essere mai statici, disposti a cambiare assieme per strade parallele o divergenti, confliggere ma cercarsi sempre, avere un riferimento polare. E questo si può imparare proprio per contrasto ma con la spiacevole conseguenza di trovarsi a ferire un cuore fiammeggiante. Si deve essere responsabili quando si è investiti da un enorme amore e lo si può fare con l’onestà ed il rispetto.

Il proprio modo di amare senza compromessi o in una pacata accettazione è mantenuto in un delicato gioco di equilibri e alle volte l’unica ferita è solo la mancanza che ha la emme per iniziale. La carta esorta a non essere mai fermi al proprio punto di vista e ad aprirsi all’empatia, considerare esclusivamente l’aspetto affettivo subordinato al dubbio.  L’immobilità della sicurezza non permette di amalgamare in una stabile serenità i lati oscuri e luminosi della vita.

E) L’odio

 

Si coltiva. Si impara. Non si trova già pronto in comode confezioni. Se Nelson Mandela non si fosse chiesto che cosa fosse la cosa più naturale per un cuore umano non avrebbe potuto fare differenze sulla disposizione all’apprendimento. Se la mente pensa subito a combattere in risposta all’aggressione, il cuore si dissocia e non riesce a concepire la stessa reazione creando una frattura interna, il risultato è una guerra che viene portata dentro. Un uomo in conflitto con sé stesso ribalta il suo mondo interiore all’esterno cercando di sanare il proprio dissidio chiedendo aiuto. Bisognerebbe convincere il cervello a non reagire, ma una tolleranza illimitata sancirebbe come unico effetto la scomparsa della tolleranza. Come soluzione andrebbe cercato un buon pastore in grado di promuovere l’equilibrio, ma è più facile accedere all’anima in ferro e canapa di un pastore da presepe, versione napoletana del pupazzo di cera wodoo, e colpire un bersaglio.

La guerra è troppo rapida nel suo agire perché è la saturazione esplosiva di un odio fermentato silenziosamente attraverso una lentezza infinita. La carta chiama in causa la conflittualità personale in riguardo agli specifici temi introdotti dall’accostamento delle altre carte e la loro posizione per l’ambiente che le ospita, il cosiddetto “campo di battaglia”.

F) la germinazione

 

Il nutrimento è indispensabile alla creazione. Se questa non venisse alimentata dalla volontà, dalla passione e dalla testardaggine come sosteneva konrad Lorentz, nessun progetto potrebbe essere perseguito e sviluppato con successo. Non ci sarebbero altre condizioni ideali per favorire l’attivazione di un naturale processo generativo. Lo scarabeo stercorario ne è l’emblema perché racchiude le sue uova in una sfera di sostanze nutritive che non sono altro che il rifiuto alimentare di specie diverse. Ne discende che una nuova entità, così come un’idea, può prendere vita dalle scorie di altre entità o da un residuo concettuale e attraverso un percorso a ritroso viene traslata, seguendo un perentoreo moto lineare, nel luogo sicuro o fino al punto d’innesco per altri meccanismi creativi correlati. In ogni caso è il frammento costitutivo di un nuovo coacervo esistenziale.

C’è bisogno di protezione, d’incubazione, d’incapsulamento uterino e come i fiori che nascono dal letame, il pensiero fecondo di soluzioni, l’illuminazione che squarcia le tenebre, necessita di stimoli e di cibo per diventare a sua volta cibo e ispirazione.  Non serve altro, e benché alimentare sia anche credere è inutile raccomandarsi al Dio del Sole nascente. Al presentarsi di questa carta si è investiti dal suggerimento a ricordare o programmare, in relazione all’ambiente e agli argomenti degli arcani minori, la propria propensione al nutrire, che siano condizioni propizie o sentimentalismi.

G) recidere 

 

Se Eugenio Montale non avesse scelto una forbice per parlare del tempo che tutto cancella, avrebbe sicuramente trovato il modo, in altri versi, di usare un pugnale. Un bellissimo stiletto, magari dal manico istoriato di madreperla, un oggetto in grado d’impreziosire decorativamente il dolore dell’oblio. Noi non siamo acacie ferite determinate a scrollare via l’exuvia di chi ci ha sottratto la linfa vitale, anzi mostriamo i segni del passaggio come se fossero monili fossili, resti testimoniali da conservare come cicatrici. È molto diverso il caso di un essere umano che ha accompagnato la nostra estate non per suggere dalla corteccia, ma al contrario impegnandosi a insufflare la vita. Non conserviamo reliquie. Quella persona diventa la lama che usiamo per dividere il tempo di ieri dal tempo del domani con coraggio e determinazione. La pena della frugalità a chi sottrae energie, gioia profusa e duratura a chi dona la vita. Quello che siamo oggi ci separa da quello che eravamo ieri con tutto il bagaglio che portiamo nel nuovo viaggio. Il legame resta, anche se invisibile, e si rinnoverà in presenza al momento più opportuno. La carta chiama in causa il taglio drastico, la cesura di un legame, più precisamente in relazione agli argomenti che gli altri arcani accostano.

Noi 

 

Ognuno da quello che può nei limiti di com’è fatto. Se si è generosi ma non si è in grado di manifestare il proprio affetto con calore, il dare può diventare alquanto complicato. Porsi con distacco è un modo di essere e le dimostrazioni di affetto con stucchevoli moine e plateali effusioni, con attenzioni meticolose ben ponderate non rientrano con rammarico nel campo del possibile. Quando sei giovane non puoi che provare biasimo, investi tutto e cerchi quello che ti aspetteresti da un padre (quello a cui il tuo padre biologico ti ha abituato), ma impari che la sostanza ha altre forme e vive solo nel recinto dell’intelligenza applicata. “Tu sei come me, ti basta un niente per costruirci sopra l’infinito”. Quando ci siamo incontrati la prima volta, presenza ieratica dietro una cattedra e studente educato dietro un banco, hai cominciato con un gioco. Chiedevi agli alunni con quegli occhi neri e acuminati come spilli di associare ad una tua parola un’altra parola per soppesare la qualità della scelta. Uno spontaneo attestato di genio o la liquidazione nella scansia delle banalità. Le parole contano.

La mia risposta accese un lampo nei tuoi occhi, come se quel lago tenebroso mostrasse per un attimo la sua disposizione naturale al bagliore lampante. 

Una lenta strada percorsa assieme, di accrescimento, gradino dopo gradino fino al grado più estremo, la scoperta di un figlio, in un crescendo d’insolenza e di brama affettiva. L’unica titolare legittima del ruolo mi ha sempre confermato che ad oltrepassare quella soglia non sarebbero mai stati fatti degli sconti.

Ed eccola la severità, lo scontro, il parare il proprio punto di vista con polso fermo, il diffidare, voler affermare a partito preso anche esagerando e tutto questo solo per vulnerabilità affettiva, senza il riscontro di un abbraccio. Ci siamo allontanati. Non condividevi le mie scelte e non riuscivi a ridurle nello schematismo dei tuoi rassicuranti codici. Io avevo necessità di trovare solo i tuoi difetti e di distinguermi dal tuo segno. Emanciparmi. Ti ho voluto troppo bene per intraprendere la strada naturale dell’uccisione paterna, sarei scappato in Egitto piuttosto che impormi in una guerra caratteriale senza quartiere.

Una vita difficile mi ha reso tutto più semplice e come solo i patafisici sanno fare mi sono raccolto nel mio guscio di occultazione in pieno dissenso. Manifestare il disaccordo nell’assenza, peraltro coatta, alle volte è irreversibile, la vita scorre come un fiume in piena e ti porta via se versi te stesso su una faccia diversa del crinale. E tu? Tu mi hai dimostrato la forma più alta di affetto, il rispetto, mi hai fatto fare la mia strada da solo, negli errori, senza più correggermi o rimproverarmi, tenermi fuori dalle pastoie del dover dimostrare qualcosa, sapendo che era il solo modo di farmi arrivare dove sono davvero arrivato, essere me stesso, un me stesso pienamente consapevole della diversità da te e per molti versi dell’accomunanza. Lo so quanto ti è costato lasciarmi andare, allentare un legame viscerale, ma se sono quello che sono, se metto la matita sul foglio da uomo libero è merito tuo. Ho cominciato a concepire la patafisica su altri registri, ho connotato la sua marginalità nella mia personale ricerca e l’ho declinata nel campo dell’architettura diventanto a pieno titolo quell’architetto che hai provato ad essere da ragazzo e che sei stato in mille altri modi. Sono diventato chi volevo essere, diverso da te e fiero delle mie radici che in te hanno mille propaggini. Posso solo amarti nella giusta dimensione delle cose e non odiarti rinchiuso in un’angusta gabbietta creata da me stesso. Del resto sei tu che mi hai insegnato il pensiero critico e ne dovresti essere orgoglioso. Errore su errore sono arrivato al mio dunque e non ho avuto il tempo di raccontarti dove ero approdato, non posso far altro che dirlo in forma di sostanza.

Ci siamo conosciuti con un gioco e ci lasciamo con un gioco, ma è il giocare che ci tiene uniti, tutti quanti.

 

Comunicare

Qualcuno sostiene che prima di reincarnarci studiamo nei dettagli e con cura la nostra nuova vita progettando tutti gli snodi, gli incontri e le opportunità per pagare il debito del karma e imparare. Ci perdiamo una quantità di tempo assurdo e lo facciamo con una meticolosità estrema ma anche questa potrebbe essere un idea del tutto errata perché nello stato di eternità, proprio dell’anima, il tempo non ha senso ed è solo una dimensione astratta che al contrario struttura la vita materiale. L’anima, immensa energia sinapticamente ovunque interconnessa si adopera per preparare una nuova palestra di addestramento alla consapevolezza. Dopo aver compilato quello che in molti chiamano il destino, l’entità spirituale prende il foglio con l’elenco degli eventi e alla nascita, per rendere tutto imperscrutabile, lo rovescia, per confondere la memoria, come se al passaggio si realizzasse una condizione di specularità tra quello che chiamiamo l’aldilà ed il presente. Galleggiamo per tutta la vita su un fondale di presagi, di sentori diluiti nelle percenruali di probabilità che possono verificarsi davvero gli scenari che arriviamo a immaginare. Ancora oggi in presenza di un morto si osserva, per superstizione, l’usanza di coprire gli specchi con un lenzuolo.
Per quanto questa sia una visione chiaramente basata sul nulla e solo su delle credenze e tanto meno confortata da prove scientifiche, potrebbe essere invece un considerevole e valido punto di partenza, nell’ordine dell’appoggio che permette di sollevare il mondo.
Chiunque abbia conosciuto il Grande Satrapo vorrebbe poter scambiare ancora qualche pensiero con lui, ma anche per semplice curiosità chi non lo avesse mai incontrato. “Se Mario fosse vivo ti avrei detto di chiedere a lui” Si è fatto scappare Vicenzo Salvi ultimamente. E perché mai non immaginare di poterlo ancora fare? Chi e cosa ce lo vieta? Quindi, partendo dall’ipotesi strumentalmente prodotta, valida come innesco, un aldiquà perfettamente speculare all’aldilà che possa essere già stato raggiunto (gli abbiamo dato tutto il tempo) attraverso un qualsiasi veicolo, asse, catapulta, bara, bestemmie, rimorsi… abbiamo soltanto la necessità di una piattaforma per comunicare. La piattaforma è il Kitemmuò. Chiara invettiva con un vago sapore di epiteto da parente di San Gennaro, una licenza che la familiarità col soggetto può consentire. Ed è una dichiarazione preliminare sulla natura stessa della nostra speculazione in quanto sarebbe stato più naturale definirla “chic’èmmuò”. Difatti non potremmo mai adottare le chiavi universali che un qualsiasi negromante albino consulterebbe per un responso. Servono degli strumenti più specifici, espressamente riferiti alla persona che abbiamo intenzione di contattare o non lasciare in pace, se preferite. Come ben sapete l’idea di un riposo pacifico non lo avrebbe mai sfiorato e viceversa la possibilità di un pungolo ultraterreno iperdimensionale l’avrebbe ritenuta una gran rottura di coglioni, funzionale semmai a provocare un sorriso di sberleffo. Da qui la nascita dei tarocchi esplicitamente dedicati, dispositivi magici orientati ad attivare un segnale portante tra noi e lui perché la grande scienza non esclude che ci sia un’ultima soluzione possibile anche per aggirare la morte. Abbiamo approntato sette arcani maggiori e quattordici arcani minori che affrontano con profondità esoterica e irriverenza ironica delle tematiche specifiche, un paradigma da mandare in confusione anche l’esperto Jodorosky. A questi si aggiunge un ventiduesimo elemento in eccedenza con la funzione evocativa della simmetria tra i due mondi. Essendo in possesso degli strumenti per calcolare la superficie di Dio e prendendo per buona l’idea di un Dio Adone che sia un metro quadro d’infinito, il nostro intento di usurparne la soglia non è altro che assimilabile al gesto d’infilare i nostri tarocchi lungo il perimetro cubico del tesseratto come se fossero un voto da lasciare nell’urna elettorale e raccoglierne, dal vuoto della cavità, il responso, non tanto dissimile da quello che formulerebbe una sibilla attempata come avveniva nel passato. Sovviene una difficoltà tecnica essendo per prima cosa Dio un’opera non praticabile (non possiamo rompere o usurpare gli altrui specchi) e non riconoscendo allo stesso specchio la capacità di trasmettere il responso della verità, ci dobbiamo industriare da soli nella ricostruzione del messaggio avendo anche la Sibilla superato quota oltrecento. Non essendo possibile ottenere il risultato di una tale digestione, lo scavalcamento equilatero dell’ade deve essere attuato attraverso il solo mezzo della nostra opinabile comprensione. Un asintotico avvicinamento alla verità attraverso il potenziale del messaggio.
Lo schiacciamento della realtà che Mario ha abitato, il surrogato bidimensionale della sua casa diventa il supporto di orientamento cardinale. Un Jumanji che si è chiamati in prima persona a visitare o se preferite una tavola ouija che indirizzerà la comunicazione remota, ma fatene pure la crasi in Ouijumanji per andare in pari di risonanza con gli universi koyaanisqatsi e Oumuamua.
Sette stanze: cucina, bagno, tinello, soggiorno, studio, camera ospiti, camera da letto. Sono la metafora condivisibile di un’intima e materiale interiorità. Ogni stanza ammantata dell’impronta psichica rappresenta un tema che riportiamo con la precisa scaletta: creazione lavica, gran rifiuto e abluzione purificatrice, convivialità e assimilazione, il luogo dell’incontro e dell’affaccio sullo scampanio del mondo, creazione lucida, il regno dell’altro o di chi di te è fuori da te, il tempio della sensualità e l’oasi onirica.
Ogni ambiente denso del suo significato è chiamato ad accogliere tre carte prese da due mazzi, una estratta da quello degli arcani maggiori e due estratte da quello degli arcani minori. Gli arcani maggiori sono facilmente distinguibili in quanto le uniche carte a tre colori, nero, rosso e blu. Sul tergo portano oltre che al riquadro con una denominazione indiretta anche l’acquasantiera posizionata in basso. Ogni carta ha un preciso significato e la combinazione delle tre carte in un determinato ambiente identificherebbe un campo di consapevolezza che è un settimo della piena assunzione di sé stessi.
Per voler essere coerenti con le premesse e volendo esprimere una domanda al Grande Satrapo bisognerebbe inoltrargli una risposta. La risposta attiene al nostro vissuto richiamato in causa dagli argomenti singolarmente estrapolati dagli arcani e più precisamente dalla loro combinazione in un’eptocaleidoscopica sommatoria di angolazioni. Si potrebbe facilmente rimandare all’esempio dei ching dove vengono fornite delle interpretazioni per tutte le permutazioni possibili degli esagrammi. Nel nostro caso le permutazioni sono in un ordine di grandezza ben maggiore e a volerle indagare tutte e raccoglierle in un patapart sarebbero serviti diversi anni. Abbiamo infatti solo sette trigrammi non accorpabili (le tre carte accostate) ma ospitati in sette case e nei sette arcani sono presenti tre dualità che indirizzano quattordici elementi peculiari riferiti al Satrapo.
Nei sette arcani sono presenti le dualità: odio/amore, io/l’altro, recidere/germinazione con un elemento  immancabile di eccezione a valenza indeterminata, o si vive/o si muore. Nei quattordici arcani minori ci sono elementi aneddotici distintivi o simbolici ispirati a Mario.
Anche qui s’introduce l’eccezione che è la matta, una carta che implica un cambiamento nell’ordine già determinato.
Abbiamo 22 elementi in 7 basi che aprono a tutte le forme di permutazione possibili.
Perché dare un’indicazione preconfezionata sulla falsariga del libro delle mutazioni? Risulterebbe un impossibile esercizio di stile perché sarebbe basato sulla sovrapposizione tra le nostre esperienze e gli spunti ispirati da Mario.
Invece, con un’accurata descrizione delle ventidue sfaccettature, possiamo mettere chiunque nella divertente possibilità di estrapolare brani della propria stessa vita a seconda della casualità con cui vengono richiamati. Trattandosi di certezze e non di dubbi, siamo nel campo delle risposte e non ci servirebbero a infiocchettare quello che più conta, ovvero la domanda.
E invece siamo tenuti a raccogliere tutti i frammenti delle nostre risposte e superare l’imbarazzo dell’assenza.
Credo di essere il massimo esperto per quanto concerne la padronanza dello stare lontani da Mario. Ho avuto a che fare con il distacco da lui almeno per quattro volte. Dopo averlo avuto come insegnante, dopo aver contributo alle prime attività dell’istituzione patafisica, dopo aver intrapreso un mio percorso artistico e di vita totalmente indipendente.
La mela deve cadere lontana dall’albero. La questione non è se io sia maturo, appena commestibile o fracido, tuttalpiù  è come sopravvivere alla mancanza di una persona unica e in questa occasione metto a disposizione di tutti lo stratagemma che ho adottato la prima volta. Incontrare Mario all’ultimo anno di liceo fu un esperienza surreale, principalmente perché non si capiva cosa insegnasse. Letteratura, filosofia, disegno,  pittura, scultura, fotografia, teatro, cultura generale, aveva da dire la sua su tutto. Approfittando di tale confusione interdisciplinare alcuni compagni si aggrappavano allo spiazzamento e al mal di mare per non fare nulla accorgendosi ben presto che sarebbe stato il più grave errore che una mente potesse concepire. La materia che insegnava era solo un nome sulla carta e mi sentivo così tanto sollecitato e spronato ad andare un passo oltre i miei limiti da bramare le sue lezioni come un a-tossicodipendente in crisi d’astinenza. Mi regalò un mestiere ed una professionalità e quando finì l’anno, che coincideva per me con la fine del liceo presi la solenne decisione d’iscrivermi ad architettura intraprendendo parallelamente la mia carriera artistica da autodidatta appassionato. Volevo di più. Fu una tragedia riuscire a concentrarmi su degli studi tanto impegnativi e rimpiansi più volte di non aver fatto il percorso dell’Accademia. Non potevo smettere di disegnare e di fare arte, Mario mi aveva dato l’intero mazzo di chiavi e mi sembrava pesantissimo concepire possibilità diverse. Sono caparbio e non ammettevo di non riuscire in ciò che mi ero prefissato. Trovai, dopo vari esperimenti, un espediente che mi permise di recuperare la concentrazione e farmi amare la mia difficile scelta. Un esercizio di privazione sensoriale, che avrebbe il corrispondente in letteratura nel lipogramma. Nella vita ci si salva solo solo se ci si adatta ai nuovi scenari. Disegnavo e dipingevo forse più di prima, ma mi ero imposto di non poter vedere nella completezza il risultato finale di quello che facevo. Interponevo tra me ed il disegno un cartoncino nero con un foro circolare di appena tre centimetri e mezzo di diametro. Disegnavo attraverso quel limite, spostando di volta in volta il foglio sottostante tenuto rigorosamente coperto, costruendomi un’immagine mentale del risultato che andavo via via strutturando. Procedevo per insieme di dettagli approssimati nel ricordo mnemonico della loro posizione. Mi concedevo il piacere della rivelazione solo dopo aver sostenuto l’esame e il lavoro che ne scaturiva discendeva da quei mesi che ci volevano per la preparazione. Non ne rimanevo per niente deluso, anzi, il più delle volte piacevolmente sorpreso dal risultato. Così sono riuscito a superare le difficoltà ed esorto ognuno di voi a superare la vostre, nello specifico di non poter più attingere alla saggezza di persone eccezionali o semmai il dover subire il disagio di non averle mai conosciute. La posizione finale delle carte e il loro accostamento traccia un percorso per descrivere alcuni aspetti della propria vita che siamo poi in obbligo di trascrivere su un foglio di carta nel modo a noi più congeniale, scrittura, disegno, collage, tutto quello che riteniamo più adatto ad esprimerci, una traccia grafica esemplificativa. L’unico vincolo è quello di anteporre al supporto cartaceo che accoglierà il manufatto, un cartoncino nero con un foro dal diametro non superiore ai tre centimetri e mezzo. La vostra trascrizione deve avvenire senza avere alcuna contezza del risultato finale. Questo foglio, una volta completato e mai indagato neanche per un istante, va sigillato in un plico e inviato all’istituto partenopeo di patafisica. Questo insieme di “risposte” sarà smistato dall’istituto ad altri mittenti arbitrariamente abbinati tra quelli che hanno adempiuto alla stessa procedura in assoluto anonimato. Siamo quasi completamente convinti che il caso determinerà un risultato sorprendente. Ad ognuno verrà consegnata la risposta alla domanda forzatamente sottaciuta, o che istigherà a costruirne una d’occasione che rispecchi il bagaglio di significati da noi ricevuti. Gli esseri umani atraverso la loro stessa esistenza non sono altro che la sentenza a quesiti sconosciuti posti da altri esseri umani.
Nel 1952 Carl Gustav Jung approdò alla teoria della sincronicità studiando il meccanismo matematico in cui sono codificati i sessantaquattro esagrammi dei ching. A suo avviso sussisteva un principio per cui avvenimenti che si sono sviluppati in contemporanea sono connessi tra loro non da sistemi di causa/effetto ma da sincronicità, cioè dinamiche che si espletano nel medesimo contesto o con medesimo contenuto significativo.
Una sincronicità permeata sulle necessità psicologiche di quel momento, che vive sul principio per cui i simboli, e gli archetipi ad essi correlati, sono un terreno  comune per tutti i soggetti coinvolti che accedono allo stesso ambito di conoscenza, ricco delle informazioni a cui  tutti possono accedere liberamente. Informazioni traslate attraverso i simboli.
Negli arcani si è cercato di riprodurre un sistema di simboli/archetipi che accomunerebbe tutti i soggetti coinvolti provocando un meccanismo domanda/ risposta attraverso l’incentivazione dello scambio su una medesima libreria concettuale. Le carte sono veicoli di esperienza e non di verità precostituite. Nelle descrizioni che seguono, di introduzione agli Arcani maggiori sono citati per nome dei personaggi maschili illustri e nel soggetto non duale, il jolly, il riferimento è ad un uomo in particolare, un outsider, che con il disegno ispirato al suo motto ha scatenato l’idea portante del gioco. Le citazioni colte e meno colte ricordano la propensione di Mario ad inserirne sempre, ovviamente particolarmente calzanti, a supporto delle sue tesi. Gli arcani minori, inversamente maggiori per numero, sono più determinanti per il riferimento diretto alla vita che ho voluto ricordare con tutto il mio affetto. In ognuno è riportata testualmente, senza ostentare il nome, il brano di una donna a testimonianza di come le donne con il loro lavoro e la loro presenza sotterranea abbiano sempre permesso che enormi capolavori vedessero la luce. Anche qui è presente un’eccezione, rappresentata da Francis Picabia. È triste constatare che la stragrande maggioranza delle citazioni pubblicate chiamino in causa quasi sempre il genere maschile, adombrando intere generazioni di menti illuminate. Questo ci ricorda che la spalla di Mario è stata Tina e in conclusione ci porta a riconoscerle dei meriti enormi.
Buon viaggio.

CHE FARE IN POCHE PAROLE

Avete una domanda che rivolgereste all’aldilà? Per avere una risposta certa è necessario dimenticarsene, tanto non sarà mai la domanda giusta se siete in grado di pensarla. A prescindere se abbiate o no conosciuto Mario Persico si può provare lo stesso a interpellarlo e chiedere la sua intermediazione visti i privilegiati rapporti con l’immateriale tenuti in vita. Un tentativo da intraprendere attraverso l’uso dei ventidue arcani. Ogni arcano ha un preciso significato come del resto l’ambiente che lo ospita. Dalla sommatoria dei significati espressi dalle carte e promossi dall’ambiente si può approntare una propria interpretazione liberamente arbitraria. Non vi sognate di fare domande anche se ne siete invogliati. Prendetevi la giusta calma e mischiate le carte. Distendete la tavola/casa. La mappa deve essere orientata in modo da trovarvi davanti l’uscio. In ogni ambiente è riportato il rettangolo dei precisi posizionamenti. Sulle sagome la A indica la posizione dell’Arcano maggiore, solo uno per ogni stanza, i numeri1e2 la progressione di posizionamento nell’ordine di uscita degli Arcani minori. Le carte vengono distribuite in un’unica soluzione, con la ventiduesima che troverà posto nel corridoio e poggerà sul rettangolo siglato dalla lettera M. Si tratta dell’ostaggio della matta. La distribuzione avverrà in senso antiorario, cucina, bagno, tinello, studio, soggiorno, camera degli ospiti e camera da letto, una singola carta per ogni ambiente fino a completare il giro. L’eccezione è proprio la ventiduesima che non finirà subito in nessuna stanza a meno che non sia proprio la matta degli Arcani minori. Completata l’operazione, se la matta si trova su di una casella 1 o 2 (non potrà mai prendere il posto di un Arcano maggiore) bisogna sostituirla con la carta allocata nel corridoio non prima di aver scalato di una sola posizione in senso orario tutti gli Arcani minori delle altre sei postazioni equivalenti. Solo dopo aver eseguito quest’ultima rotazione di un posto si sigillerà la configurazione con lo scambio della matta. Se la matta è già nel corridoio l’ulteriore giro orario non verrà effettuato. Vediamo un esempio… nello studio l’arcano maggiore è l’odio, il primo minore le “rette parallele” ed il secondo il “no”. A cosa vi fanno pensare? Io c’ho rivisto un’incazzatura furibonda quando a lavoro non ho evitato il litigio. Me ne sarei potuto stare buono e indifferente per quieto vivere, ma si trattava di una questione di principio e dovevo rimarcare a tutti i costi l’ingiustizia. Ogni ambiente vi suggerirà un racconto e l’insieme dei vari pezzi verrà riportato sul documento finale nell’ordine antiorario a cominciare dalla figura “o si vive o si muore”. Il foglio dovrà essere compilato sovrapponendo una maschera, che ci permetterà di operare attraverso un solo foro. Conclusa la creazione invierete nella più totale incoscienza il risultato delle vostre elucubrazioni all’Istituto Patafisico Partenopeo in Via Luca Giordano 3, 80127 Napoli. Non è prevista consegna a mano. Riceverete in un tempo indeterminato la risposta di un altro compilatore e solo allora vi potrete fare una domanda e ve la farete da soli, con cognizione di causa, lasciando in pace Mario preso dai suoi affari ultraterreni.

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